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Scuola

Conservatorio di Musica San Pietro a Majella

Via San Pietro a Majella, 35 - 80138 (Napoli) - Italia - info@sanpietroamajella.it
Telefono: (+39) 081.544.92.55 - Fax: (+39) 081.445.740

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Strumenti musicali


Originale viola a cinque corde, 1888

Originale viola d'amore a cinque corde, che si caratterizza non solo per la particolare forma della cassa armonica, ma soprattutto, per particolare collocazione sul piano armonico delle 14 corde che vibrano per simpatia: queste passano sopra le effe, sette a sinistra e sette a destra del ponticello.Insolita è la testa a forma di fiore e, certamente pregevole,la manifattura;la vernice è rosso chiaro, molle e trasparente, elementi questi che riportano all'arte del Postiglione o alla sua scuola. Il fondo è in due pezzi di acero, la tavola in abete. L'etichetta, Vincentius Postiglione/Mefecit Neapoli 1888, di recente considerata apocrifa, impone oggi qualche riflessione sull'autenticita' di questo esemplare, considerato da sempre opera di uno dei piu' fini liutai italiani della fine del XIXsecolo. Lo strumento, certamente napoletano, fu acquistato e donato al Regio Coservatorio di Musica da Carlo Borrello(!) di Portici, acquisto comprovato da una letteradello stesso Borrelli,indirizzata all'allora economo del Regio Conservatorio e datata 1 giugno 1919, oggi conservata presso l'Archivio Storico dell'Istituto (Fondo Archivio amministrativo, cassetta 6/1/C)

Tavola in due pezzi di abete, fondo in due pezzi di acero.

Le più recenti considerazioni sulla paternità dello strumento indirizzerebbero l'attribuzione verso una manifattura tedesca. Le caratteristiche costruttive, il particolare tono della vernice giallo-rosso, piuttosto ossidata, ne favoriscono però, di certo, il tradizionale orientamento alla liuteria napoletana e alla caratteristiche stilistico-costruttive dei Gagliano. La tavola è in due pezzi di abete dalle venature poco marcate; il fondo, in due pezzi di acero dalla marezzatura molto larga; il riccio, in acero, a marezzatura più stretta. Sul fondo restano evidenti traccedi incisione di nomi di violinisti dai quali lo strumento è stato utilizzato:Albanese 1875, Tancredi 1897, V. Bellezza 1899, Mori 1858, Vinc. Stea 1902, Tufari 97, Lucarini, Ciurlo 1874.

 

 
Strumento realizzato da Raffaele Calace nel 1916.

La vendita di strumenti musicali al Conservatorio da parte di Raffaele Calace è, in qualche caso, dettagliatamente documentata dalle certificazioni prodotte dallo stesso costruttore, le quali consentono oggi una puntuale identificazione degli strumenti con i documenti di vendita ad essi relativi. La presenza di tali carte presso l'Archivio Storico dell'Istituto (Fondo Archivio amministrativo, cassetta 6/1/C), offre un ulteriore contributo alla ricostruzione di una storia della collezione. Il catalogo Santagata, pubblicato nel 1930, riporta solo la presenza di due strumenti, donati nel 1929 e nel 1930, dal "Prof. Comm. Raffaele Calace". Il Liuto n. 448 e la Chitarra battente n. 451, entrambi di costruttori anonimi. Va rilevata l'omissione, nello stesso catalogo, di ben tre violini, opera del Calace stesso, datati rispettivamente 1916 ( lo strumento qui in oggetto, vecchio inv. 1070), e di altri due non più reperibili, uno del 1924 (vecchio inv. 1062) e uno del 1925 ( vecchio inv. 1065), nonché di un mandolino con etichetta Frates Calace Neapoli/fecerunt/1901 (vecchio inv. 1088), e un altro mandolino Raffaele Calace del 1921 (vd. avanti, cat. N. 16) Lo strumento in esame, opera di un costruttore che ha legato il proprio nome soprattutto agli strumenti a plettro, si caratterizza per una vernice arancione-scura, esaltatadalla pregevole manifattura e dalla qualità dei legni; la tavola è in due pezzi di pino a venatura larga, il fondo in acero, in due pezzi, dalla marezzatura irregolare, fine e profonda. Lo strumento, realizzato appunto nel 1916, si trova in ottimo stato di conservazione.

Tavola armonica in due pezzi di abete, fondo in acero.

La tavola armonica è in due pezzi di abete dalla venatura stretta e regolare, il fondo in acero, in due pezzi, marezzato leggermente e irregolare, il riccio a marezzatura più evidente; la vernice, arancione, è piuttosto ossidata. Lo strumento gode di un buono stato di conservazione.

 

 

 

 

Strumento con sette corde sul ponticello e sette corde di simpatia.

Lo strumento, con sette corde sul ponticello e sette corde di simpatia, ha la tavola armonica in due pezzi di bete a venatura stretta e regolare, con le tipiche effe a mezza fiamma e una rosetta intagliata. Il fondo è in due pezzi di acero a marezzatura fine e regolere, la vernice arancione- dorata. La fascia superiore destra riporta a pennello un vecchio numero di inventario:1087.

 

 

 

 
Lo strumento, presenta un riccio di chiara marca napoletana.
Sono innumerevoli le testimonianze relative alla collaborazione con il Collegio di San Pietro a Majello dei due figli di Giovanni (I) Gagliano, Antonio e Raffaele; si potrebbe far risalire proprio a quel periodo, la fine degli anni trenta dell'Ottocento, la costruzione dello strumento in esame, la cui etichetta non è datata (mancano le ultime due cifre). Se questo fatto impone qualche dubbio sull'autenticità dello stesso, la tipologia costruttiva corrobora una ipotesi di accostamento alla liuteria dei Gagliano o senza dubbio alla loro scuola. Lo strumento, composito, presenta un riccio di chiara marca napoletana, un fondo a due pezzi, in acero, dalla marezzatura leggera, e la tavola, in abete, probabilmente di epoca posteriore; la vernice, giallo-oro, riporta alla più significativa arte dei Gagliano.
 
Strumento privo di etichetta convernice dorata tipicamente napoletana. Tavola in abete, fondo in due pezzi di acero.
Lo strumento, attribuito a Giovanni Gagliano, è privo di etichetta. Le caratteristiche che maggiormente hanno favorito una attribuzione alla mano di uno dei più illustri rappresentanti della liuteria napoletana del primo Ottocento, sono riconoscibili nella fattura delle effe, per la loro forma e la grandezza, ma soprattutto per la pregevole qualità della vernice, dorata, tipicamente napoletana. Rilevante la fattura del riccio, in acero dalòla marezzatura leggera. La tavola armonica è in abete dalle venature molto strette e regolari, il fondo in due pezzi di acero a marezzatura regolare. Il recente restauro ha consentito di rilevare sotto il piano armonico la sigla A. G. ed una data: 1806. Probabilmente le iniziali di Antonio Gagliano, allora quindicenne, e, di conseguenza, lo strumento potrebbe rappresentare o uno dei suoi primi lavori, o il completamento di un'opera iniziata dal padre?
 
Strumento con tavola in due pezzi di abete, e fondo in acero. Vernice bruno dorata.
Forse la sola grande notorietà goduta da Lorenzo Ventapane, titolare di una tra le più attive botteghe di liuteria napoletane della prima metà del XIX secolo, prima alla Calata di Borgo di Loreto 23, successivamente al n. 35 della Strada Donnaregina, può spiegare la sorte davvero singolare toccata alle sue opere un tempo presenti nella collezione di San Pietro a Majella. In un inventario degli strumenti musicali del Conservatorio (Fondo Archivio Amministrativo, cassetta 6/1/C), non datado, ma di certo risalente ai primi del Novecento, si legge: Elenco degli strumenti secondo il valore 122) Violino di Ventapane 150 121) Violino di Ventapane 150 124) Violino di Ventapane 50 113) Violino di Ventapane Lorenzo 3/4 50 133) Viola di Ventapane 150 147) Viloncello di Ventapane 200 145) Violoncello di Ventapane riverniciato 200 155)Piccolo Violoncello di Ventapane 125 152) Piccolo Violoncello di Ventapane 100 151) Piccolo Violoncello di Ventapane 100 Oggi la collezione di strumenti del Conservatorio di Napoli vanta solo la presenza di tre violoncelli del Ventapane, il 3/4 in esame, collocabile cronologicamente al 1820 ca.;e di altri due di attribuzione dubbia. D'altra parte, la continua collaborazione dell'artista con il borbonico Real Collegio di Musica è attestata dal restauro del più importante violoncello della cdollezione, il Mattia Goffriller del 1713. Lo strumento in oggetto ha una tavola in due pezzi di abete e il fondo di acero, anch'esso in due pezzi, dalla marezzatura poco evidente; la vernice è bruno dorata, il riccio, per le sue caratteristiche, rappresenta la vera cifra distintiva dell'artista.
 
Tavola armonica in abete, fondo in acero.
La secolare attività dei Gagliano vede il tramonto proprio con Vincenzo Gagliano, figlio di Raffaele. La tavola armonica di questo suo strumento, in due pezzi di abete dalla venatura poco irregolare e poco evidente, si caratterizza per l'aggiunta originale di due pezzi sul lato sinistro. Il fondo è in acero, anch'esso in due pezzi, a marezzatura media, irregolare, tarlato nella parte superiore e sul lato destro inferiore; le fasce sono dello stesso legno; il riccio, di pregevole fattura, è rispondente alle tipologie costruttive della più fine liuteria di marca napoletana; la vernice si presenta marrone - chiara dorata. Taluni pessimi interventi di restauro effettuati sullo strumento nel lontano passato, non hanno certo contribuito alla adeguata conservazione.
 
Tavola armonica in due pezzi di abete, fondo in acero.
La tavola armonica è in due pezzi di abete, dalla venatura stretta e regolare, il fondo, bombato, in due pezzi di acero, si caratterizza per una leggera marezzatura e purtroppo per le numerose firme/incisioni di allievi del Conservatorio; la filettatura, nella parte superiore della cassa armonica, non segue la forma dello strumento ma chiude a semicerchio; la vernice, in molti punti ossidata, è arancione dorata.
 
 
 
 
Tavola armonica in abete contornata di bottoncini madreperla
Le vicende napoletane dei Panormo si possono far risalire a dopo il 1752, quando Vincenzo Trusioni ("Panormo il vecchio"), dopo aver avviato la sua attività liutaria a Palermo ( un contrabasso da lui costruito nel 1752 nel capoluogo siciliano è conservato nella sala della presidenza del Conservatorio palermitano), si trasferi' con i suoi congiunti nella capitale borbonica. In seguito la famiglia si sposto' a Torino, poi a Parigi e quindi, a seguito della Rivoluzione del 1789, a Londra ( Giovanni, rinomato costruttore di strumenti a fiato e probabilmente fratello di Vincenzo, rimase invece a Napoli). Vincenzo Panormo, insieme ai figli Joseph e Francis, si stabili' dapprima in Cfhurch Street a Soho e, dal 1827 al 1829, al n. 39 di King Street. Il figlio Joseph, abbondonata temporaneamente la liuteria in favore della pittura, torno' presto a riprenderla, dal 1831 fino alla morte. Le caratteristiche tecniche degli strumenti realizzati nella fase di severo apprendistato, sotto la guida del padre, si possono riconoscere nelle fattezze del meraviglioso modello di chitarra ormantica della collezione del San Pietro a Majella. La tipologia costruttiva dello strumento in oggetto, favorisce una collocazione cronologica intorno agli anni venti, epoca in cui si andava consumando il suo stretto legame di amicizia con il chitarrista spagnolo Fernando Sor (1777 - 1839), a Londra dal 1815 al 1823. La tavola armonica in abete è contornata da una elegante successione di bottoncini in madreperla, incastonati nel legno più scuro, e riportati in maniera simile intorno al foro di risonanza; il fondo, che presenta una scollatura nella parte superiore, è in palissandro, cosi' come le fasce; la tastiera ha diciassette tasti scannellati. Lo strumento, riporta il Santagata, era stato donato a Rocco Pagliara, bibliotecario del Conservatorio di San Pietro a Majella dal 1889 al 1914, dalla cantante Barbara Marchisio: " Consegno al caro e fedele amico Rocco Pagliara - bibliotecario del R. Conservatorio di Napoli - l'antica chitarra veneziana che mi fu dolce compagna in giorni luttuosi. Ad essa affidai le mie lagrime quando rimasi sola a ricantare le dolci canzoni di Silvia! Barbara Marchisio - aprile 1913 - prima di lasciare la bella partenope".
 
Tavola armonica in abete,battipenna in tartaruga.
A nove cori, a manico largo ( il manico ha una larghezza massima di 9 cm.), catalogato dal Santagata come "liuto", si caratterizza per una tavola armonica in due pezzi di abete, con l'aggiunta, di epoca successiva, di eleganti motivi in madreperla e il battipenna in tartaruga; la rosa è tonda con un bordo decorato in madreperla. Il guscio, piriforme, si compone di quarantadue piccole doghe scanellata, in acero, inframmezzateda tre filetti di avorio ed ebano. Il dorso del manico è anch'esso filettato di avorio ed ebano; la tastiera si caratterizza per la presenza di nove tasti sul manico e di altri cinque sul piano armonico. Il cavigliere, che si presenta con una doppia lastronatura longitudinale in avorio, reca i diciotto piroli per la tensione ed accordatura delle corde, agganciate all'estremitàb opposta a dieci bottoncini infissinella controfascia del fondo.
 
 
Vernice "rosso antico chiaro" definita da Lebet "craquele
Le vicende storiche del Conservatorio, in particolare l'incendio della sala Scarlatti nel 1973, potrebbero avere interessato lo strumento. La vernice, infatti, nella puntuale descrizione del Santagata, è "rosso antico chiaro"; oggi essa si presenta screpolata, definita da Claude Lebet "molto craquelée". L'interessante qualità dei legni, la pregevole fattura tedesca della fine del secolo XIX, conferiscono la straordinaria eleganza allo strumento, copia da Giovanni Paolo Maggini, rappresentante tra i più autorevoli della scuola bresciana, attivo fino al 1630. Riferimenti più evidenti sono la doppia filettatura della tavola, in due pezzi di abete, e gli intarsi lungo i lati; il fondo, in due pezzi di acero, a marezzatura orizzontale fine e regolare, è filettato due volte ed intarsiato in prossimità del filetto interno e lungo la giunta.
 
 
Strumento a sei corde,cassa armonica semicircolare.
Lo strumento rispetta lo stile di Giovan Battista Fabricatore, attivo a Napoli, con bottega di Santa Maria dell'Ajuto n. 32, e secondo rappresentante di una tra le piu' rilevanti famiglie napoletane di costruttori di strumenti a pizzico tra la fine del XVII e gli inizi del XIX secolo. A sei corde, esso si caratterizza per la particolare forma della cassa armonica, semicircolare nella parte superiore, ma mancante nella parte inferiore. La tavola in due pezzi di abete è priva di foro di risonanza; il ponticello è decvorato in ebano. Il fondo ( con una evidente spaccatura nella parte centrale) è in un solo pezzo di acero, come le fasce, e ha dimensioni del tutto simili a quello del piano armonico. La paletta, a mezzaluna, ospita sei piroli; il manico diciannove tasti. Il Museo strumentale antico e moderno dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia possiede (inv. 9) una analoga chitarra "dimezzata", costruita nel 1824 dallo stesso Giovan Battista insieme con il figlio Raffaele.
 
 
Chitarra a cinque cori doppi.Autore anonimo XIX Secolo.
Chitarra a cinque cori doppi, in discreto stato di conservazione, di autore anonimo del XIX secolo. La tsvoloa armonica, in due pezzi di abete, ospita nela parte superiore ed inferiore due motivi floreali; la rosetta, tonda, in materiale ligneo - cartaceo si compone di tre cavità degradanti. Le dieci corde sono agganciate a cinque bottoni infissi nella contrfascia del fondo. La paletta, con dieci piroli di bosso, presenta una larga lastronatura centrale in avorio, a motivi floreali; ai due lati del dorso del manico, a nove tasti, è incastonato un filetto in avorio. Le fasce nalla parte centrale, presentano tre piccoli fori. Su questo strumento e sul suo impiego nella musica campana e calabra, si vedano: - A. Ricci - R. Tucci, La chitarra battente in Calabria, in Fra oralità e scrittura: studi sulla musica popolare calabrese, a cura di Ignazio Macchiarella, Lamezia Terme, A.M.A. Calabria, 1955, pp.93-137; - C. Caliendo, La chitarra battente, S. Giovanni in Persiceto, Aspasia, 1998.
 
Strumento a quattro cori, guscio con doghe piatte in scero.
Il legame dei Calace con la città di Napoli ha origine nel 1825, epoca in cui Nicola Calace ( 1794 - 1859), figlio di un farmacista di Pignola, confinato a seguito delle vicende politiche del Regno, trova rifugio a Procida apprendendo i primi rudimenti nella costruzione di chitarre. L'interesse, da parte dei Calace, alla costruzione dei mandolini nascerà però nella capitale borbonica, grazie ad Antonio Calace ( 1828 - 1876 ), costruttore premiato con medaglia d'argento all'Esposizione di Palermo del 1872. La famiglia Calace, ormai partenopea, raggiunse i vertici con Raffaele, secondogenito di Antonio. Raffaele Calace conseguì il Diploma di Composizione presso il Regio Conservatorio di San Pietro a Majella sotto la Giuda di Paolo Serrao e Francesco Ancona, e fu persino redattore di una rivista, Musica moderna, durata solo cinque anni ma ala quale collaborarono tra gli altri il De Nardis e Gennaro Napoli, e fu inoltre attivo come liutiano alla Via Egiziaca a Pizzofalcone. Nella sua arte la sperimentazione, si pensi al prolungamento della tastiera fino al ventinovesimo tasto, trova conciliazione con la tradizione; le conquiste tecniche assecondano le esigenze dello stesso costruttore, esecutore dello strumento. Lo strumento in esame è a quattro cori; il guscio con doghe piatte in scero è filettato in ebano; la tavola armonica è in abete, intarsiata con madreperla e con battipaenna in tartaruga; la tastiera ha ventiquattro tasti.
 
Arpa a 43 corde e sette petali. Modello cosidetto "greco".
Costruita secondo Ettore Santagata, "appositamente per il R. Collegio di Musica", questa arpa a 43 corde e sette pedali, è del modello cosidetto "greco" a doppio movimento, innovazione questa dovuta proprio al costruttore francese Sébastian Erard, che consente il raggiungimento di tre diverse posizioni e quindi la possibilitàb di ottenere tre suoni differenti per ciascuna corda. Ifrateli Erard svolsero l'attività di costruttori di fortepiani e di apre a Parigi sin dalla fine del secolo XVIII, con sede alla Rue de Mail, 13 - 21, e, dal periodo della rivoluzione, furono attivi anche a Londra. Lo strumento appartiene al periodo londinese ed è databile agli anni ' 20 dell'Ottocento.
 
Strumento portatile con tre piedi cassa armonica triangolare
Strumento portatile, con tre piedi, dalla cassa armonica triangolare in legno di mogano; provvisto di sedici corde di budello, produce il suono se sottoposto all'azione di una corrente d'aria, la cui forza determina la diversa produzione di suoni. Dopo alcune citazioni medievali, uno strumento a corde mosse dal vento viene menzionato da Giovanni Battista Porta, attivo a Napoli nel 1558. Da allora numerose saranno le citazioni di questo suggestivo strumento, che ottenne un indiscusso successo nella prima metà del XIX sec., epoca cui risale l'esemplare anonimo qui esposto.
 
Vd. Scheda precedente
Vd. Scheda precedente
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Flauto in bosso a quattordici chiavi.
Flauto in bosso a quattordici chiavi discendente al Sol2, con chiavi imperniate su risalti del legno, risalente ai primi decenni del XIX secolo e dovuto ad uno dei più rinomati costruttori europei,Johann Joseph Ziegler ( 1795 - 1858). Dopo aver ottenuto nel 1821 ilprivilegio per svolgere la sua professione, egli diede l'avvio ad un'imponente attività produttiva, e già nel 1840 "i suoi flauti e più recentemente i suoi clarinetti avevano conquistato fama europea ed erano esposrtati in tutto il mondo". Appunto l'eccellenza del suo flauto, conosciuto in Austria E IN Italia come flauto "Ziegler", fu la ragione prima della ritardata adozione in questi due Paesi del sistema "Boehm". Dal 1851 e fino alla sua morte, avvenuta nel 1858, egli lavorò insieme con il figlio Johann Baptist (1824 - 1879), il quale in seguito ne continuò l'attività. Dopo la scomparsa di quest'ultimo l'azienda resto' in vita ancora fino al ca. 1895. Lo strumento qui esposto è databile al secondo quarto del secolo.
 
 
Diatonico a 34 corde in legno di noce.
Questo esemplare, diatonico a 34 corde, in legno di noce, si caratterizza per una manifattura di straordinaria eleganza. La sua colonna quadrangolare è priva di capitello; la tavola armonica, in abete, ospita otto fori di risonanza. Viggiano, piccolo centro lucano in provincia di Potenza, può vantare un invidiabile primato per numero di musicisti nativi, attivi nelle strade di tutta Europa e d'America in tipici complessi itineranti, spesso comprendenti l'arpa. Le fonti letterarie relative alle arpe dei suonatori girovaghi viaggianesi - dagli scritti di Cesare Malpica a quelli dell'irpino Pietro Paolo Parzanese - e quelle iconografie, dai pastori del presepe napoletano del settecento ai repertori fotografici della Library of Congress di Washinington, attestano la presenza di strumenti rispondenti alle caratteristiche dell'arpa in esame solo dopo il 1830. A Viggiano ebbe i natali anche il grande arpista Alberto Salvi, allievo del Conservatorio di Napoli, in seguito trasferitosi con grande successo in America. Il figlio di quest'ultimo, Victor Salvi (1920), ristabilendo la sua residenza in Italia, ha fondato alla metà degli anni ' 50 la fabbrica omonima, oggi principale produttrice al mondo di arpe.
 
 
Strumento in buono stato di conservazione privo di zaffo.
Schultz fece probabilmente il apprendistato con Cristofaro Custode (Custodi), costruttore attivo a cavallo tra XVIII e XIX sec., e lavorò comunque per un certo periodo con lui, come dimostra un flauto della collezione Carreras di Pisa marcato appunto "Custodi e Schiulz" [!]" (F. Carreras, Il flauto italiano dal 700 al 900, s.l.; Riverberi Sonori, 1997, p. 28). La collaborazione di Vincenzo Schultz con il Real Collegio di Musica è invece attestata in una nota del 22 dicembre 1831 (Serie: Deliberazioni I.3.8): Pagasi al Sig. Vincenzo Schultz ducati sessantaquattro in soddisfazione di due fagotti nuovi co' rispettivi pezzi e rammendi, e per altri rammendi, e chiavette nuove di fagotti forniti per gli alunni del Collegio, g.ta la nota valutata dal Maestro Moriz. E per d.Schultz li sud: ti ducati sessantaquattro pagasi a D. Salvatore Nizzati per conto di pigione della bottega locato al d. Schultz, giusta la delegazione dal med. Fatta al d. Moriz, e da questi accettata. Lo strumento, in buono stato di conservazione, è privo dello zaffo.
 
 
Flauto traverso in quattro pezzi di avorio a sette fori.
Flauto traverso in quattro pezzzi di avorio (la testata è fessurata), a sette fori, l'ultima con chiava in ottone. La pregevolezza e la cura costruttiva di questo esemplare, dovuto ad un celebre costruttore parigino, nonché la particolarità del materiale utilizzato, fanno di questo flauto uno degli strumenti piu' preziosi tra quelli a fiato della collezione partenopea.
 
 
 
 
 
 
Flauto in legno di bosso e testa in avorio.
Flauto in legno di bosso e testa in avorio ( con estesa fessurazione), a quattordici chiavi imperniate sui cavalletti metallici, discendente fino al La2 e databile a dopo la metà del XIX secolo.
 
 
 
 
 
 
 
 
Flauto traverso da "passeggio".Forma di bastone.
Flauto traverso "da passeggio", con la caratteristica forma di bastone, ad una chiave, in voga nel primo Ottocento (epoca cui risale con tutta probabilità l'esemplare anonimo qui presentato). Questo modello fa gruppo con tutta una serie di strumenti-bastone (oltre ai flauti, clarinetti, trombe, e persino violini). Molto diffusi, soprattutto in territorio austro-ungarico, furono anche i flauti dolci a bastone conosciuti con il nome ungherese czakan.
 
 
 
 
 
Strumento 4 pezzi di bosso, definito "oboe d'amore"
Strumento composto di quattro pezzi, in bosso, con ghiere di avorio e due chiavi in ottone, erroneamente definito "oboe d'amore" dagli autori succitati. Per la rilevanza della sua manifattura, si veda la precedente scheda.
 
 
 
 
 
 
 
 
Oboe in quattro pezzi di ebano a tredici chiavi.
Oboe in quattro pezzi di ebano a tredici chiavi con ghiere in alpacca e discndente a Si2. Il rispettivo costruttore, Giosuè Esposito, è ricordato per un originale modello fagotto realizzato nel terzo quarto dell'ottocento in collaborazione col grande maestro napoletano Luigi Caccavajo (sistema qui documentato dal fagotto n. 37, dei F.lli Majorano").
 
 
 
 
 
 
Modello arcuato in acero, ricoperto di cuoio nero.
Modello arcuato in acero, ricoperto di cuoio nero, a tredici chiavi, discendente al Mi2.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Oboe in quattro pezzi di palissandro.Costruttore napoletano.
Oboe in quattro pezzi di palissandro con ghiere e chiavi in alapacca, a sedici chiavi e discndente a Si2. Si tratta di un'opera risalente senza dubbio all'ultimo periodo di attività di questo grande costruttore napoletano.
 
 
 
 
 
 
Oboe in palissandro a sedici chiavi discendente a Si2.
Oboe in palissandro a sedici chiavi discendente a Si2. La produzione della ditta Majorano è documentata daun piccolo catalogo dal titolo Ditta fratelli Majorano di R. Majorano & S. Martinelli: premiata fabbrica di strumenti musicali (1913), nel quale quest'ultima si dice "fondata nel 1880".
 
 
 
 
 
 
 
Modello arcuato in acero, a tredici chiavi.
Modello arcuato in acero, a tredici chiavi, discendente al Mi2.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Clarinetto in Si bemolle a undici chiavi.
Clarinetto in Si bemolle a undici chiavi montate su risalti di legno, con un corpo composto di quattro pezzi inframmezzati da ghiere d'avorio. Il bocchino non è pertinente allo strumento.
 
 
 
 
 
 
 
 
Clarinetto in La bemolle a undici chiavi.
Clarinetto in La bemolle a undici chiavi composto da tre pezzi in legno di bosso inframmezzati daghiere di avorio. Il bocchino, in ebano, non è pertinente allo strumento. La celebre ditta DI Jacques François Simiot (1769-1844), attiva dall'inizio del secolo a Lione e specializzata nella cfostruzione di clarinetti ( a lui si devono ile principali innovazioni allo strumento dell' epoca), si fuse nel 1843 con quella Brelet, fino ad allora attivo a Parigi. Sia lo stesso Simiot, sia la ditta che egli avviò con Brelet, esportarono moltissimi esemplari in Italia, influenzando tra l'altro anche laproduzione locale. Nel Gran trattato d'instrumentazione storico-teorico-pratico per banda, pubblicato a Napoli, da Domenico Gatti, è illustrato a p. 117 uno strumento chiamato "settimino" (e non "sestino", come pure si usa)del tutto identico nei dettagli costruttivi a questo esemplare di Simiot & Brelet.
 
 
Fagotto in acero a ventuno chiavi di ottone.
Fagotto in acero a ventuno chiavi di ottone. Si tratta di un esemplare costruito secondo i dettami del celebre fagottista napoletano Luigi Caccavajo. Sul tale modello di fagotto si vedano i preziosi commenti contenuti nel Gran trattato d'istrumentazione storico-teorico-pratico per banda di Domenico Gatti, pubblicato a Napoi nel 1879, nel quale è riportata anche (p. 63) una Tavola della scala cromatica digitata del fagotto a 22 chiavi sistema Caccavajo.
 
 
 
Lo strumento si ritiene appartenuto a Giuseppe Rossini.
Lo strumento si ritiene appartenuto a Giseppe Rossini (1764-1839), padre di Gioachino, nonostante il marchio rimandi ad un periodo un po’ troppo tardo rispetto all'età del celbre, presunto proprietario.
 
 
 
 
 
 
 
Clarinetto in La a tredici chiavi
Clarinetto in La a tredici chiavi, in cinque pezzi di legno di bosso inframmezzati da ghiere di metallo. Il bocchino non è pertinente allo strumento
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Fagotto in acero a ventidue chiavi di ottone.
Fagotto in acero a ventidue chiavi di ottone ( una mancante), sistema francese Buffet-Crampon "perfezionato". Agostino Rampone inizio' a lavorare come apprendista costruttore di strumenti musicali presso lo zio Egidio Forni, a Milano, nel 1855. Dopo la morte di quest'ultimo, ne rilevò l'attività e pochi anni più tardi ( 1871 ) aprì una ditta a suo nome. Alla sua morte ( 1897 ) l'azienda dava lavoro a più di 80 persone e venne in seguito diretta dal figlio Egidio (1872 - 1937), il quale verso il 1920 la fuse con quella di Battista Cazzani (1846 - 1920) dando vita al marchio Rampone & Cazzani, pubblicato a Milano nel 1930, si riporta tanto l'indirizzo della filiale di Napoli (via De Pretis,109) quanto l'illustrazione (p.14, n. 353) di un fagotto del tutto identico a quello qui esposto, venduto al ragguardevole prezzo di 1930 lire.
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Strumento di taglia soprano a sei fori.Secolo XVII.
Lo strumento, di taglia soprano, a sei fori sulla parte anteriore ed uno su quella posteriore, è di pregevole fattura italiana del secolo XVII. Esso si compone di un solo pezzo di avorio e si caratterizza per un diapason a 465 Hz.
 
 
 
 
 
 
 
 
Corno semplice a tre cilindri e tre ritorte.1870
Corno semplice a tre cilindri e tre ritorte, con campana stretta con anello decorato sul bordo. E' possibile farne risalire la datazione al 1870 ca. Leopold Uhlmann fu uno dei più prolifici costruttori viennesi di ottoni a partire dal 1830 ca., divenendo ben presto anche uno dei maggiori espostatori.
 
 
 
 
 
 
 
Trombone basso in Fa, a tre cilindri.
Trombone basso in Fa, a tre cilindri. Sulla fascia esterna di metallo bianco è riportato il nome del costruttore, la ditta Ruggiero, che, stando ad un catalogo pubblicato a Napoli alla fine degli anni '70 (Premiata fabbrica d'istrumenti musicali Cesare eNicola) sarebbe fondata da Cesare nel 1830. Nello stesso testo - in cui si precisa, tra l'altro, che questa impresa non ha nulla a che fare con quella di "Giuseppe Ruggiero", pure specializzata negli ottoni - sono elencati al n. 10 "tromboni 3 cilindri campana avanti" (in vendita a 115 Lire), con i quali sembra possibile identificare l'esempalre qui esposto.
 
Flicorno con valvole a cilindri, tagliato in Si bemolle.
Flicorno con valvole a cilindri, tagliato in Si bemolle, del tutto analogo al precedente. Nel già menzionato catalogo della ditta Cesare Ruggiero e figli (vd. Scheda n. 41) si precisa che costoro erano " Assoluti Depositarj degl'istrumenti di FRANZ BOCK di Vienna", il che rende verosimile l'ipotesi che questo esemplare, risalente con ogni probabilità agli anni '70 dell'Ottocento, possa eassere stato rivenduto a Napoli, proprio dai Ruggiero.
 
 
 
 
Spinetta traversa appartiene alla famiglia dei cembali.
La spinetta traversa appartiene alla famiglia dei cembali, e deriva il nome dalla posizione in cui sono disposte le corde, per poter guadagnare spazio rispetto ad un cembalo tradizionale. Contrariamentealla spinetta poligonale, la spinetta traversa è spesso dotata di gambe proprie. Il modello esposto, non è più dotato di proprio supporto. Differentemente da numerosi esemplariseicenteschi, questa spinetta non porta alcun tasto spezzato e presenta la consueta ottava bassa che inizia dalla nota Si, che in realtà suona Sol.
 
Organo positivo con sette registri.
Organo positivo con sette registri (Principale, VIII, XV, XIX, XXII, Voce Umana, Flauto in XII) Più il tiratutti a pomello, uccelleria di n.4 canne e zampogna. Le prime otto canne dell'VIII e del Principale sono in legno di castagno. Tastiera in abete con coperte dei diatonici in bosso e cromatici in noce tinto con coperta di ebano. La facciata è a tre campate di 7/5/7 canne del registro di principale.Lo strumento, giunto ai giorni nostri in ottimo stato di conservazione, è opera di una delle più note famiglieorganareche dal capostipite, Felice, fino al nipote, Francesco, hanno attraversato tutta l'epoca d'oro della celebre arte organaria napoletana. Elemento che contraddistingue tutti i manufatti dei Cimino, è la presenza delle iniziali F C riprodotte prevalentemente sulla canna centrale di tutti i loro organi. Questo aspetto auita a determinare la famiglia organara, ma non sempre l'esatto artefice, essendo Felice, il nome capostipite e Fabrizio e Francesco rispettivamente il figlio ed il nipote.Continuità di iniziale, rotta con tutta probabilità con Antonio e Alessandro Cimmino, organari attivi nel XIX secolo e probabili discendenti di Francesco. L'esatta determinazione, come in questo caso, nasce dalla presenza della data sulla tavola di riduzione.
 
Flicorno con valvole a cilindri, tagliato in Si bemolle.
Flicorno con valvole a cilindri, tagliato in Si bemolle e con campana rivolta lateralmente. Tlae modello, caratterizzato appunto dalla campana ricurva, incontrò un notevole successo a Napoli, come testimonia la sua ripetuta raffigurazione nel Gran trattato d'istrumentazione storico-teorico-pratico per banda di Domenico Gatti (Napoli, 1879). Lo stesso formato, a causa della suddetta preferenza, venne in seguito definito altrove, per qualche tempo, flicorno "alla napoletana".
 
 
 
"Fortepiano" SECOLO XIX.
All'inizio del XIX secolo la passione dilagante per il pianoforte (o "fortepiano", come oggi si preferisce chiamare gli esemplari dell'epoca) spinse ad inserire strumenti di dimensioni ridotte ( o addirittura in miniatura) all'interno di tavoli, scrittoi e mobili di varia destinazione. Quella qui esposta è forse la tipologia più conosciuta, dotata di un cassetto porta-oggetti destinato con tutta probabilità ad arnesi da cucito. Strumenti del genere, di solito con una tastiera di 3 ottave o poco più ampia, non sono rari nelle collezioni: in Italia, esemplari si trovano tra l'altro nel Museo nazionale degli strumenti musicali di Roma, nel Museo Teatrale alla Scala di Milano, nella Collezione Giulini di Briosco. L'ATTIVITà DI Giovanni Heichele a Trieste, oltre che da questo pianino "da lavoro", è documentata anche da quattro pianoforti a coda (l'unico conservato in Italia si trova nel Civico museo teatrale "C. Schmild" di Trieste).
 
Pianoforte napoletano dell'Ottocento.
Solo da pochi anni è in corso la riscoperta della tradizione costruttiva dei pianoforti napoletani dell'Ottocento (si veda il saggio introduttivo di R. Meucci).Uno dei massimi rappresentanti di quella fertile stagione fu proprio Giacomo Ferdinando Sievers (immigrato a Napoli dalla Russia nel 1834), alla cui figura ed attività professionale è stato di recente dedicato un ampio saggio bibliografico (M. Tiella, Giacomo Ferdinando Sievers (1810-1878) costruttore di pianoforti a Napoli, "Liuteria Musica e Cultura", 1999-2000, pp. 43-53). Allo stesso costruttore si deve invece la pubblicazione di uno dei più dettagliati e accurati trattati sulla costruzione del pianoforte (contiene oltre trecento illustrazioni): Il Pianoforte. Guida pratica per Costruttori, Dilettanti e Possessori di Pianoforti (Napoli, Ghio, 1868). Di Sievers si conoscevano finora tre strumenti (due a coda e un verticale del modello "inclinato", ossia con cassa ribassata), più un altro a coda costruito dopo la sua morte, passato anni addietro sul mercato sul mercato antiquario. Da pochissimo è stato segnalato ancora un altro grazioso verticale, di proprietà privata, cui si aggiunge quello presentato qui per la prima volta.


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