I Concerti del Conservatorio. Note di sala per l’evento del 5 giugno 2026 – Sala Scarlatti

Note di sala per il concerto del 5 giugno 2026 – Sala Scarlatti
Felix Mendelssohn-Bartholdy – Trio n. 1 op. 49
Nel 1839 Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847) era direttore dei concerti del Gewandhaus di Lipsia e si era ormai affermato come figura guida della vita musicale della città. Grazie alla sua incrollabile fede nel valore civico della cultura musicale e alla sua vasta cultura (letteraria ed artistica oltre che musicale), incarnava il prototipo del musicista romantico poliedrico ed eclettico, infaticabile nel diffondere tanto la musica nuova quanto quella della tradizione tedesca (Bach in primis) nonché nel nobilitare quella del salotto borghese. Trascorse l’estate di quell’anno nella campagna renana, componendo, oltre ad altre opere, il Trio n. 1 op. 49 per violino, violoncello e pianoforte.
Il primo movimento, Molto allegro e agitato, è in forma-sonata e rivela fin dalle prime note il suo carattere passionale: il violoncello propone subito il tema principale, molto cantabile e legato, confidando sottovoce qualcosa di profondo. Il pianoforte assume il ruolo di protagonista, rappresenta il flusso interiore ed attraverso un tessuto continuo e quasi orchestrale circonda i temi proposti dal violoncello e dal violino. Il dialogo tra gli archi crea un’atmosfera intima, le voci si intrecciano e, la sensazione di solitudine e tormento, diventa condivisione e intensità emotiva. Seguono alcune variazioni, quindi appare il secondo motivo, anch’esso esposto dal violoncello. Le modulazioni sottolineano il conflitto interiore, raffinato e mai disperato. Le frasi lunghe delineano una leggera tensione che persiste per tutto il movimento ma resta controllata nonostante l’indicazione agogica dell’Agitato. L’emozione parte dal cuore, l’umore è instabile ma Mendelssohn per il momento decide di non aprirsi dunque la conclusione è sospesa.
L’avvio del secondo movimento, Andante con moto tranquillo, è affidato al pianoforte che ricorderà la scrittura tipica delle “Romanze senza parole”, le brevi composizioni pianistiche dell’amburghese; carattere riaffermato successivamente, allorché il violino riprenderà il tema lirico sul contrappunto del violoncello. Per un momento sembrerà di allontanarsi dall’inquietudine, il violino e il violoncello cantano come due voci umane mentre il pianoforte accompagna con delicatezza come se fosse invisibile, crea movimento ma senza agitazione. Il dialogo affettuoso degli archi regalerà attimi di tenerezza e comprensione reciproca anche quando, nella sezione centrale, in modo minore il pianoforte proporrà agli archi un tema più malinconico (su un frammento scalare discendente): tutto sembra tranquillo ma Mendelssohn inserisce leggere variazioni armoniche e piccoli cambi di colore che evocano con nostalgia un ricordo lontano. Potremmo definire questo movimento “un rifugio dopo la tensione”, in cui il compositore si concede un momento di verità semplice.
Nomen omen: il terzo movimento Leggero e vivace ha per cifra la levità – secondo una modalità peculiare a molte composizioni mendelssohniane. Una folata di effervescente brillantezza, in cui è il pianoforte a trascinare inizialmente gli archi, e che poi si converte in un fitto gioco a tre. Sorprendente anche per forma: l’intestazione è quello di uno Scherzo, ma la corsa è tanto rapinosa che manca il Trio (la parte più moderata che solitamente costituisce la sezione centrale di uno Scherzo), e il pezzo è bilanciato tra due temi: il primo in re maggiore, che scintilla nel registro acuto del pianoforte e poi del violino; e il secondo, in la maggiore, (una nuova scala discendente!) in dialogo tra violino e violoncello, sul tappeto in “moto perpetuo” della tastiera. Temi che, dopo un vivace sviluppo, riappaiono infine entrambi nella tonalità d’impianto: si tratta insomma di un singolare Scherzo in forma sonata, dove Mendelssohn riesce a controllare una struttura in cui le idee tornano ma sembrano sempre diverse, nessuno strumento prevarica ed il risultato è una danza di luci e ombre; tutto si muove in velocità ma niente pesa davvero.
La vasta campata dell’Allegro appassionato finale richiede invece l’avvicendamento di tre idee musicali, di diverso carattere: il piglio incisivo della prima in re minore (pianoforte, poi violino) richiama palesemente movenze da danza ungherese; nella seconda, su un ritmo assai simile sono pronunciati frammenti scalari discendenti (un richiamo ciclico ai movimenti precedenti!). Sinché il violoncello, sinora relegato al ruolo di comprimario, emerge intonando un nuovo tema dall’ampia cantabilità vocale, che si oppone al gesto danzereccio delle idee precedenti. La forma complessiva è una ibridazione tra forma sonata e forma di rondò: i tre temi vengono infine tutti ripresi nella tonalità d’impianto, e l’ultimo segna l’approdo del Trio alla luminosità del Re maggiore conclusivo. Nel finale Mendelssohn riparte dunque da ciò che ha accumulato finora servendosi del pianoforte, il vero propulsore, il quale attraverso figurazioni rapide, trascina gli archi verso la luce.
Sergej Rachmaninov – Trio èlègiaque n.1
Il 30 gennaio 1892 fu una data fatidica per il diciannovenne Sergej Vasil’evič Rachmaninov (1873-1943), quella del suo esordio in un concerto pubblico. L’evento fu da lui stesso promosso e organizzato nella sala Vostriakov di Mosca, città presso il cui Conservatorio frequentava l’ultimo anno del corso di Composizione (aveva ultimato gli studi di pianoforte l’anno precedente) e segnò l’inizio di una luminosa carriera di compositore, di pianista virtuoso e di direttore d’orchestra, che lo avrebbe portato a diventare uno dei musicisti più celebrati su entrambe le sponde dell’Atlantico. La prima composizione in programma fu proprio il Trio Elegiaco, eseguito con David Krejn al violino ed Anatolij Brandukov al violoncello. Il manoscritto dell’opera è datato 18-21 gennaio 1892, anche se, stando a quanto affermò Sofija Satina, cugina del compositore e sorella di sua moglie Natalia, l’opera risale almeno all’anno precedente. Nonostante il grande successo della prima esecuzione, l’opera non fu pubblicata all’epoca e il manoscritto, in possesso dell’amico e compositore Mikhail Akimovič Slonov, fu consegnato al Museo Nazionale della Musica di Mosca ed edito solo nel 1947.
Ad onta della giovane età, nella virtuosistica parte pianistica Rachmaninov – proverbialmente noto, come compositore, per la sua intensità espressiva – diede prova della propria abilità a coprire un ampio spettro di sonorità diverse. Il Trio è costituito da un unico movimento, nella classica forma sonata. Più di un elemento induce a considerarlo come un omaggio a Čajkovskij (autore che Rachmaninov considerava un punto di riferimento e di cui nello stesso concerto eseguì alcune composizioni): il Trio nel titolo richiama il Pezzo elegiaco che apre il Trio in La minore (1874-75) del celebre maestro; e come quello si conclude con una marcia funebre. In più, lo stesso tema iniziale sembra alludere all’introduzione al čajkovskijano Concerto op. 23 per pianoforte e orchestra (riferimento già chiaro per ascoltatori e studiosi del tempo). Tuttavia nel trio di Rachmaninov emerge da subito un carattere più saturnino e appassionato.
Con un gelido brivido in sottofondo nel registro grave gli archi aprono il campo sonoro; e su questo l’intero struggente tema elegiaco in Sol minore è presentato in Lento lugubre dapprima dal pianoforte, e poi, in dialogo, da violoncello e violino. Il mareggiare degli arpeggi pianistici spinge la melodia verso il Più Vivo, breve parentesi in stile di corale che prepara alla seconda idea in Sib maggiore (Con anima), canto malinconico del violino cui poi subentra il violoncello. Lo scambio tra i due si infittisce, sullo sfondo di rapidi arabeschi alla tastiera, fino all’Appassionato, intenso declamato a distanza di ottava, primo climax espressivo del movimento, là dove il pianoforte cessa di accompagnare e risponde deciso attraverso virtuosismi e potenti blocchi accordali, propri del compositore. L’esposizione si conclude in diminuendo, dando la sensazione di aver trovato una perfetta pace interiore fino a quando, in una nuova breve parentesi (Tempo rubato) l’inquietudine riemerge attraverso sinistre terzine ostinate su tre note, prima al violoncello poi al violino. Ciò costituisce la transizione allo sviluppo (Risoluto), di cui il pianoforte solo assurge inizialmente a protagonista, riprendendo in stile imitativo la testa del tema principale, e cui poi gli archi si uniscono creando un’atmosfera quasi fiabesca. Dopo una nuova presentazione del Tempo rubato e del Risoluto c’è la canonica ripresa di entrambi i temi iniziali, fino a un nuovo climax. E infine, l’originaria melodia d’apertura, trasformata a mo’ di marcia funebre, in cui gli archi suonano con la sordina e il pianoforte sprofonda nel registro più grave, chiudendo la composizione con un accordo di tonica velato da tensioni interne, senza una chiara cadenza lasciando in sospeso il discorso elegiaco.
Fritz Kreisler
Friedrich-Max Kreisler, conosciuto con il nome di Fritz, nato a Vienna nel 1875 e morto nel 1962, fu uno dei più grandi violinisti della prima metà del Novecento, celebre per il suo suono caldo, per l’uso intenso ma controllato del vibrato e per i glissandi eleganti che conferivano alla linea melodica un carattere vocale e profondamente umano.
I tre brani in programma sono rielaborazioni di melodie semplici legate a tradizioni diverse. Il compositore agisce come un mediatore culturale evocando mondi sonori lontani con nostalgia e grande sensibilità. Egli utilizza la sua autorità artistica per nobilitare repertori considerati minori, elevandoli a oggetti da concerto. Ogni brano diventa un piccolo teatro emotivo, dove la semplicità della melodia originaria si intreccia con la raffinatezza della scrittura violinistica fatta di portamenti discreti, vibrato caldo e fraseggio vicino al linguaggio parlato.
The Old Refrain
The Old Refrain, romanza viennese di gusto popolare, è la rielaborazione della canzone Du alter Stefansturm di Johann Brandl, compositore attivo nella seconda metà dell’Ottocento e legato alla tradizione del Lied viennese di consumo. Il brano non è una semplice trascrizione, ma un atto di reinterpretazione culturale: un modo per preservare e reinventare la tradizione musicale viennese in un’epoca di trasformazioni radicali. Il brano incarna la poetica della Wiener Wehmut, quella “dolce malinconia” che caratterizza molta musica viennese tra Otto e Novecento.
La forma del brano è A–B–A’. Kreisler articola la melodia in un discorso coerente e progressivamente intensificato. La prima sezione presenta il tema principale cantabile, in tempo moderato, con andamento quasi di valzer lento. La melodia originale di Brandl è arricchita da portamenti, appoggiature e un fraseggio ampio, che suggerisce un canto quasi vocale. Il violoncello interviene come seconda voce lirica, sostenendo la linea del violino con un timbro più caldo e profondo, spesso raddoppiando o dialogando in controcanto.
La sezione B introduce un contrasto armonico in cui la linea melodica si fa più intensa attraverso un uso più marcato del cromatismo e con modulazioni che ampliano lo spazio tonale, permettendo un incremento della tensione. La ripresa finale A’ è variata, ricca di abbellimenti, micro rubati e un uso più marcato del vibrato, trasformando il ritorno del “vecchio ritornello” in un momento di memoria emotiva più profonda.
Dal punto di vista armonico, Kreisler si serve di progressioni discendenti per accentuare il carattere elegiaco e di cadenze sospese per evitare chiusure troppo nette, mantenendo un senso di flusso continuo. L’accompagnamento pianistico è volutamente semplice, caratterizzato da accordi arpeggiati, bassi regolari ed occasionali controcanti discreti. La sua funzione è di sostegno, creando un ambiente armonico caldo e stabile, lasciando al violino il ruolo di narratore principale, con il violoncello che ne amplifica la profondità emotiva.
La tecnica violinistica si basa su portamenti controllati, vibrato ampio e caldo, rubato flessibile e dinamiche sfumate. La melodia resta su un registro medio-acuto che permette un timbro morbido e luminoso. Il brano non rappresenta un ricordo specifico, ma un sentimento collettivo: la memoria di una Vienna perduta, filtrata attraverso la sensibilità di un artista cosmopolita che, pur vivendo nel mondo moderno, continua a guardare al passato come fonte di identità. Questa romanza testimonia la capacità del compositore di trasformare la memoria in arte e di rendere universale un sentimento profondamente locale, offrendo — nonostante la semplicità melodica — spazio a un’interpretazione sofisticata, arricchita dal dialogo con il violoncello.
Miniature Viennese March
La Miniature Viennese March, composta e pubblicata nel 1925, si inserisce nel clima estetico della Vienna prebellica, un mondo sonoro che il compositore seppe evocare con una miscela di nostalgia, eleganza e ironia, filtrata attraverso una scrittura violinistica che unisce virtuosismo e cantabilità. Kreisler tratta il genere della marcia con spirito giocoso e con una certa distanza ironica. La marcia, nella cultura viennese, non è soltanto un genere militare: è anche un elemento della vita quotidiana, delle feste popolari, delle bande cittadine, dei balli e delle operette. Kreisler sembra attingere a questo immaginario, trasformando la marcia in un piccolo quadro di costume, una sorta di vignetta musicale che richiama la Vienna spensierata di inizio secolo. Il carattere “miniature” del titolo sottolinea la dimensione ridotta e preziosa del pezzo.
Il tema principale, pur essendo costruito su un ritmo puntato che richiama la marcia, è modellato con una linea melodica flessibile, quasi vocale, che permette al violinista di introdurre rubati discreti e sfumature dinamiche. Il violoncello partecipa attivamente al dialogo, raddoppiando talvolta la linea del violino o creando un controcanto morbido che arricchisce la tessitura.
La tonalità di re minore colloca il pezzo in un ambito espressivo più ombroso rispetto ad altre miniature kreisleriane, ma il colore generale rimane quello di una marcia elegante più che militare, lontana da qualsiasi retorica bellica e vicina invece alla tradizione delle marce da salotto e delle danze di società della Vienna fin de siècle. Gli accordi sono spesso disposti in modo da favorire un suono morbido e vellutato, e il pianoforte impiega figurazioni leggere che richiamano la prassi dell’accompagnamento da salotto.
Dal punto di vista formale, il brano presenta una struttura compatta, costruita su sezioni brevi e ben delineate, nelle quali il tema principale, dal profilo ritmico incisivo, si alterna a episodi più lirici. La scrittura violinistica, pur rimanendo entro i limiti della prima e terza posizione, valorizza la cantabilità dello strumento e la sua capacità di fraseggio elastico. Il violoncello contribuisce con accenti morbidi e legature ampie, rafforzando il carattere lirico degli episodi centrali. Il pianoforte non si limita a sostenere l’armonia, ma partecipa attivamente al discorso musicale con figurazioni ritmiche che evocano il passo marziale.
La sezione centrale, più lirica e distesa, offre un contrasto significativo con il tema iniziale. Qui il violino canta una melodia più ampia, sostenuta da un accompagnamento pianistico più morbido e armonicamente ricco, mentre il violoncello aggiunge profondità e calore timbrico. La transizione verso la ripresa è gestita con grande finezza, reintroducendo gradualmente ritmo e figurazioni della marcia. L’ascoltatore si sentirà immerso in un mondo perduto, rivivendo attraverso il suono la grazia e la leggerezza di un’epoca che Kreisler seppe evocare come pochi altri.
Farewell to Cucullain
Farewell to Cucullain (Addio a Cuccullain, conosciuto anche come Londonderry Air) è una delle più celebri trascrizioni di Fritz Kreisler. Il compositore rielabora una delle arie tradizionali irlandesi più note, legata a un patrimonio culturale profondamente radicato nella memoria collettiva. Il titolo scelto da Kreisler richiama la figura eroica del mitico guerriero dell’Ulster, morto ventenne in battaglia, evocando un’atmosfera di malinconia e nobiltà che si riflette pienamente nel carattere del brano.
Il nucleo espressivo del pezzo risiede nella linea melodica del violino, una voce umana capace di modulare il canto con naturalezza, morbidezza e un vibrato caldo. La melodia, ampia e distesa, è arricchita da portamenti, piccoli rubati e un fraseggio che alterna tensione e rilascio con grande sensibilità. Il violoncello interviene come seconda voce lirica, sostenendo e completando il canto del violino con un timbro più profondo e vellutato, contribuendo alla dimensione elegiaca del brano.
L’accompagnamento pianistico è costruito su armonie morbide, progressioni delicate e un uso attento dei registri, creando un tappeto sonoro che sostiene il violino e il violoncello senza mai sovrastarli.
Il brano rappresenta una meditazione nostalgica, un addio privo di dramma ma ricco di dolce rassegnazione. La musica evoca paesaggi irlandesi, leggende antiche e memorie lontane. Si assiste all’incontro fra tradizione celtica e sensibilità viennese, tra semplicità del canto popolare e raffinatezza del linguaggio violinistico del primo Novecento. Ancora una volta, Kreisler dimostra la sua capacità di trasformare una melodia antica in un momento di pura poesia sonora, arricchita dal dialogo tra violino e violoncello.
Elisa Orsini